Antonio Rosmini, il santo proibito. A colloquio con il filosofo Michele Dossi

Antonio Rosmini, il santo proibito. A colloquio con il filosofo Michele Dossi

L’intervista

Il primo luglio del 1855 moriva Antonio Rosmini, il filosofo e teologo di Rovereto, fondatore di una congregazione religiosa. Ma a 166 anni di distanza si può dire che il suo pensiero è ancora estremamente attuale come spiega Michele Dossi, docente di filosofia presso l’Istituto superiore di Scienze religiose di Trento, nel suo ultimo saggio “Il santo proibito” (Edizioni Dehoniane Bologna, con la prefazione di Piero Coda). Dobbiamo frenare però le tendenze attualizzanti – ci ha spiegato Dossi – Rosmini è lontano da noi quasi due secoli. I tentativi di attualizzazione rischiano di perdere il pensiero del filosofo. Tuttavia, dopo la beatificazione del 2007, Rosmini sta diventando un classico del pensiero europeo. Come classico è attuale in ogni tempo: tanti sono i temi per i quali Rosmini può essere stimolante per il nostro oggi.

Il più interessante?
Forse è quello della “intelligenza amativa.
Può richiamare quel concetto usato da alcuni psicologi contemporanei: l“intelligenza emotiva”?
L’intelligenza amativa rosminiana ha a che fare con le emozioni: un concetto in grado di superare il paradigma razionalistico sul tema dell’intelligenza e della ragione. All’interno di una cultura razionalistica ed empirista Rosmini fece spazio ad una interpretazione dell’intelligenza con una chiave di lettura emotiva, che lui chiamava il “cuore”. Con questo non possiamo definire il pensiero rosminiano come una forma di sentimentalismo o emotivismo. La sua è una filosofia dell’intelligenza, come ha evidenziato nelle massime di perfezione cristiane quando parla delle virtù: sono alla portata di tutti i cristiani. La sesta massima è proprio la virtù dell’intelligenza. Bisogna pensare comunque ad una intelligenza capace di integrarsi con i sentimenti e le emozioni. Non di certo una abdicazione della razionalità.
Da quì nasce la critica di Rosmini alla Chiesa per le sue posizioni troppo lontane dalla dimensione umana e troppo spostate sulle questioni di fede e morale?
Proprio questa è la seconda questione di attualità: l‘atteggiamento di estrema dedizione di Rosmini alla Chiesa, di totale devozione e tuttavia anche di grande libertà di parola. Quella che nel linguaggio ecclesiastivo viene detta “parresia” e si esprime nelle “Cinque piaghe della santa Chiesa”, il libro posto nell’indice dei libri proibiti dalla Chiesa.
Due secoli fa Rosmini dunque chiedeva alla Chiesa di modernizzarsi?
Le chiedeva di farlo senza perdere i suoi radicamenti tradizionali. Ma certamente Rosmini domandava alla Chiesa di riconciliarsi con l’uomo, ma soprattutto di riconsiderare il tema della libertà e delle libertà. Infine l’attualità di Rosmini possiamo declinarla anche in campo politico: la sua è una delle prime forme di personalismo politico. Pur venendo da una formazione tradizionalista, in maturità arrivò ad affermare che il valore principale della politica è la persona. In qualunque forma essa si presenti: con i suoi diritti e la sua apertura all’infinito.
L’etica rosminiana è stata definita un “cantico delle creature”: perché?
Al centro dell’etica c’è la positività della vita, dell’essere, del mondo e del creato. L’etica dunque non è un insieme di prescrizioni ma l’impegno alla costruzione di una vita buona.
Ma il titolo del suo saggio è “Il santo proibito” perché nonostante le sue ottime intenzioni la Chiesa poi non accettò le sue dottrine.
La storia delle condanne di Rosmini è infinita. Meglio: finita molto faticosamente. Nella memoria positiva da costruire riguardo a Rosmini non va tralasciata la vicenda dolorosa di marginalizzazione. Il tutto si basa sulla estrema novità del pensiero del filosofo di Rovereto. Fu un anticipatore e pertanto oggetto di condanne. Chiedeva la totale indipendenza della Chiesa dal potere statale. Nel 1887, 30 anni dopo la morte di Rosmini, vennero condannate 40 proposizioni ricavabili dal suo pensiero. Così la Chiesa si è privata di un pensiero all’avanguardia. Fino al 1 luglio 2001 quando il cardinal Ratzinger dichiarò che le condanne si dovevano ritenere superate perché radicate in eccesso di prudenza del magistero ecclesiastico.

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